Non sono più lì
Mostra vincitrice di Idee Photo Contest
dal 15/04/2026 al 06/05/2026
Unimi via Noto 6 Milano (MI)

“Le cose esistono e persistono soltanto perché perdono”
Tim Ingold
Qui il pensiero precede lo scatto. Siamo di fronte a un’urgenza comunicativa: dare forma a qualcosa che non è più presente.
“Non sono più lì” è una serie personale ma anche il lavoro di tesi dell'autore ed è intriso di concetti filosofici, antropologici, letterari, sulla base di un linguaggio fotografico con una fortissima impronta personale.
Il tema è la perdita – è evidente già a partire dal titolo. Questa tematica attraversa tutta la sequenza ma l'autore ha il preciso intento di escludere ogni lettura puramente negativa: nelle immagini affiora anche una tensione forte verso la trasformazione, la rinascita.
La natura è il denominatore comune: uno sfondo mentale, prima ancora che fisico, su cui si stagliano e prendono vita i pensieri e le percezioni dell'autore. Emergono quindi l'impressione luminescente di un albero, una candela bruciante in una grotta, mani che cercano di afferrare una distesa d'acqua.
Tutto quello che osserviamo non deve essere “preso alla lettera” ma come simbolo o interpretazione. La foto delle braccia tese al di sopra di un campo erboso che distendono un foglio di carta riflettente verso il sole non è solo un'immagine esteticamente elegante ma anche un riferimento a quel “pensiero magico” definito da Joan Didion nel celebre libro scritto dopo la morte del marito. La scrittrice parla, per esempio, del suo voler trattenere le scarpe del defunto compagno perché – irrazionalmente – ne avrebbe bisogno al suo impossibile ritorno; allo stesso modo il gesto nella foto descritta è un tentativo di trattenere la luce per produrne qualcosa di alchemico e, allo stesso tempo, di energico e potente.
Uno spazio interessante, nel susseguirsi di queste immagini, è riservato alle persone o più in generale agli elementi umani. Non vediamo mai, infatti, esseri umani nella loro interezza ma piuttosto “suggeriti”. Essi si dileguano in ombre, fantasmi, ologrammi. Il riferimento di Iacono qui è a Joan Fontcuberta, nelle cui opere la manipolazione e la sottrazione diventano strumenti per interrogare la memoria e l’assenza. L'atto di cancellare/ritagliare parti/persone nelle foto diventa una sorta di “feticcio”, come se l'eliminazione di qualcuno non gradito all'interno di uno scatto corrispondesse alla rimozione di questo nella vita reale.
La mostra si completa con un allestimento aperto, interattivo. Le opere sono infatti incollate sopra grandi fogli di carta dove il visitatore è invitato a lasciare una traccia scrivendo pensieri, appunti, reazioni. Un modo per far sì che il lavoro continui oltre le immagini e non ci siano “perdite”.
Testo critico di Anna Mola