Seduzioni di colore e di fuoco

Dipinti di Annarosa Faccini - Sculture di Claudio Nicoli  dal 16/05/2026 al 30/05/2026

Artistikamente Via Porto al Borgo 18 Pistoia (PT)


Seduzioni di colore e di fuoco COMUNICATO STAMPA


Seduzioni di colore e di fuoco

Dipinti di Annarosa Faccini – Sculture di Claudio Nicoli


A cura di Daniela Pronestì


16-31 maggio 2026

Opening: sabato 16 maggio 2026


Artistikamente – via Porta al Borgo 18 - Pistoia


S’intitola Seduzioni di colore e di fuoco la bipersonale che, dal 16 al 31 maggio 2026, vedrà la pittrice Annarosa Faccini e lo scultore Claudio Nicoli esporre alla galleria Artistikamente di Pistoia (via Porta al Borgo 18). Ambedue artisti di lungo corso, con una formazione accademica in scultura e un’attività di docenza nelle scuole, Faccini e Nicoli rinnovano, in questa occasione, l’esperienza di esporre insieme, a conferma di quanto le loro cifre stilistiche, sebbene diverse anche nel linguaggio, condividano un sentire comune, una sorta di “affinità elettiva”, giacché ad entrambi appartiene un’idea dell’arte come soglia da valicare per ritrovare purezza di sguardo e sintesi di forma.


Nel caso di Faccini, il confine da attraversare è anzitutto quello di una sensibilità che scava dentro, nel profondo, e da qui procede verso uno spazio infinito, che vive dentro l’artista e al tempo stesso fuori; stato interiore che in sé contiene il “qui ed ora” dell’emozione come pure il “sempre” di un richiamo ancestrale. In altre parole, più Faccini conduce un viaggio dentro sé stessa, alle radici del proprio essere, più incontra “paesaggi” che la invitano a superare quel limite, ad esplorare mondi fatti di luce, materia e silenzio; visioni che l’atto creativo riporta in superficie, alla lucidità della coscienza, come reperti di un’archeologia interiore. Qualcosa di antico, di primordiale, di archetipico, che l’opera “incarna” coniugando l’astrazione del colore – con una gamma incentrata sul dualismo tra toni caldi, terrosi, come i rossi e gli ocra, richiamo ad una sostanza primigenia che arde e ribolle all’alba del mondo, e i toni freddi del verde cupo e del blu intenso, espressione, invece, di una profondità abissale, di un mistero che emerge da un luogo remoto – ad una texture ricca di impasti, densità, aggetti, punti di approdo per lo sguardo ma anche emanazione di un gesto che lascia segni per nulla casuali in superficie, tracciando archi, ellissi, ortogonali, nel rispetto di un equilibrio, di un rigore, di un’architettura del quadro – ed interiore – a cui l’artista non vuole rinunciare. Quello di Faccini, dunque, è un linguaggio del profondo, un ponte tra conscio e inconscio che permette all’artista di comunicare direttamente con la propria anima, superando la logica per abbracciare l’invisibile, l’emotivo, l’archetipico.


Con Nicoli, invece, l’unione tra psiche e materia si compie per mezzo del mito, e dunque di una narrazione che, svolgendosi fuori dal tempo, consente di entrare in contatto con ciò che è eternamente umano. Non una semplice favola antica, ma un linguaggio simbolico che esplora i dilemmi, le passioni, le paure e i desideri universali dell’umanità. Dunque, una precisa scelta poetica, quella di Nicoli, ma anche il segno dell’appartenenza ad una tradizione che dai capolavori etruschi arriva fino al Novecento, a Marino Marini, Arturo Martini, Giacomo Manzù e più avanti ad Henry Moore. È nel crogiolo di questa “rinascenza etrusca” e dei suoi interpreti che Nicoli affonda la propria idea artistica, tirando fuori sculture dal gusto arcaicizzante, di un’eleganza sobria, composta, spogliata del superfluo, in equilibrio tra solidità formale e fluidità del movimento (Grande etrusca distesa), sintesi plastica e potenza espressiva (Il ratto di Europa). Dall’antico e dalla sua rilettura novecentesca, lo scultore trae un particolare “sentimento” della forma – pura, stilizzata, geometrizzante – che non riguarda soltanto la civiltà etrusca, ma comprende tutte quelle istanze artistiche che nel secolo breve contrapposero l’estetica primitiva all’accademismo. Balza all’occhio come anche Nicoli abbia, non a caso, le sue Demoiselles d’Avignon, Veneri che dal mondo classico s’immergono nella sensibilità moderna per uscirne intimamente rinnovate mutandosi in architettura astratta. L’eco di un grande passato rivive, con ancora maggiore afflato poetico, nei cavalli e nei cavalieri che da sempre Nicoli ha eletto a soggetto principe del suo repertorio, in cui ritornano come retaggio letterario (Don Chisciotte), memoria artistica (dal Cavallo fiorentino, probabile omaggio a Paolo Uccello, al San Martino, in dialogo con gli affreschi di Simone Martini ad Assisi), oppure più liberamente all’interno di composizioni (Paesaggio metafisico) in cui la massa bronzea – sapientemente alleggerita dall’alternarsi di pieni e di vuoti, resa dinamica dal contrasto tra linee rette e linee curve – evoca un immaginario che impasta l’amore per l’antico con la magia del sogno.


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