Lorenzo Locatelli - Omnia fert aetas
personale a cura di Antonio Giordano
dal 05/09/2026 al 30/09/2026
Palazzo Garibaldi Via Garibaldi 12 58051 Magliano in Toscana (GR)

Omnia fert aetas – Lorenzo Locatelli
mostra personale a cura di Antonio Giordano
Patrocinio del Comune di Magliano in Toscana
Palazzo Garibaldi
Via Garibaldi 12, 58051 Magliano in Toscana (GR)
Inaugurazione: Sabato 5 settembre 2026
Periodo: 5 settembre – 30 settembre 2026
Orario: 1-13 settembre tutti i giorni 9:30-12:30 /16:00-19:00
18-30 settembre venerdì sabato e domenica 9:30-12:30 / 15:30-18:30
La pittura di Lorenzo Locatelli come dramma ontologico della materia e del tempo
L’incipit filosofico: il tempo che strappa l’anima
Il titolo scelto dal curatore per questa mostra personale del prof. Lorenzo Locatelli a Palazzo Garibaldi, «Omnia fert aetas» («Il tempo porta via tutte le cose»), affonda le proprie radici nel verso 51 della IX Egloga delle Bucoliche di Virgilio. Nel testo latino, la locuzione si completa con una precisazione ancora più radicale e drammatica: animum quoque, il tempo porta via tutto, «anche l’anima», anche la mente e la memoria. [1, 2]
Dal punto di vista strettamente filosofico, la ricerca dell’artista si configura come un’indagine fenomenologica sulla caducità e sull’inesorabile declino biologico dell’essere umano. Se la giovinezza è lo spazio della forma compiuta e della memoria intatta, la vecchiaia si rivela foriera di ogni male: il decadimento fisico, lo smarrimento dell’intelletto, l’oblio delle facoltà cognitive e lo strappo lacerante dovuto alla perdita delle persone care. Locatelli non si limita a illustrare questa discesa agli inferi della senescenza; egli ne metabolizza il trauma transustanziandolo nella materia pittorica, trasformando la tela nel diario biologico e psicologico di una carne che cede al peso degli anni.
L’esposizione offre una preziosa prospettiva diacronica che permette di comprendere come il linguaggio di Locatelli sia mutato dal rigore oggettuale degli anni Settanta fino all’espressionismo materico dei giorni nostri. Nelle opere giovanili, come Natura morta (1975) e Tralcio di vite con uva (1972), l’artista dialoga strettamente con la tradizione del memento mori. Gli oggetti – bottiglie, tazze, conchiglie – sono indagati con una precisione quasi fiamminga o morandiana, ma già immersi in un’atmosfera silente e malinconica, dove la luce tagliente evoca il silenzio delle cose destinate a perire. L’uva e il tralcio reciso recano in sé il germe della futura corruzione biologica, manifestando una spiccata sensibilità per l’anatomia vegetale colta nel suo stadio di massima maturità.
A partire dagli anni Duemila, la superficie pittorica subisce un’accelerazione dinamica ed energetica. Opere come Coclea (2007) e le diverse iterazioni di Dinamismo dello spazio (2009) svelano la metabolizzazione della lezione delle avanguardie storiche – in primis il Futurismo di seconda generazione (eredità diretta della sua frequentazione giovanile al Liceo Artistico e poi all’Accademia di Belle Arti con Mino Delle Site e Sante Monachesi) e l’Astrattismo geometrico. Qui il declino non è statico, ma si manifesta come scontro di vettori energetici, linee di forza rosse e blu che frantumano la spazialità cartesiana, alterando le strutture architettoniche (Architettura alterata, 2018). Il movimento accelerato diventa metafora del caos mentale, del subbuglio cerebrale che precede la perdita dei punti di riferimento identitari. [3, 4, 5] La carne dell’opera: la stagione della resina e del disfacimento Il culmine lirico e tragico della mostra è raggiunto nelle tele dell’ultimo decennio. L’esperienza professionale di Locatelli nel campo del restauro traspare qui in tutta la sua potenza concettuale: chi ha passato la vita a preservare le opere d’arte dall’ingiuria del tempo conosce perfettamente i meccanismi chimici e fisici della degradazione della materia. [3, 4]
In Elementi in disfacimento (2023) e soprattutto in Composizione tecnica tela su resina (2026), l’artista compie un definitivo passaggio verso una pittura polimaterica. La tela viene piegata, raggrinzita, aggredita e inglobata dalla resina. Visivamente, la superficie evoca una pelle senile, rugosa, percorsa da cicatrici profonde, tumefatta e incupita da neri bituminosi che assorbono la luce. È la rappresentazione plastica della malattia e della senilità: la resina blocca il movimento, soffoca la tela sottostante così come l’atrofia e il declino intellettivo immobilizzano la mente e spengono i ricordi. In Composizione con fasce rosse (2026), la ferita cromatica che attraversa il supporto verticale rimanda a una sofferenza, a un di vitalità biologica che resiste strenuamente alla corruzione e alla morte. Opera / Periodo Strategia Formale Implicazione Filosofica Natura morta (1975) Rappresentazione oggettiva della stasi, luce fredda e oggetti d’uso quotidiano silenti. Il memento mori classico; la caducità nascosta dietro la fragile apparenza della stabilità quotidiana. Dinamismo dello spazio (2009) Tela su resina (2026) Linee di forza centrifughe, collisione di campiture cromatiche sature (rosso/blu). Grinzature polimateriche, ispessimento della superficie, soppressione della figura. Il disorientamento psichico; la perdita di coesione interna dell’io di fronte all’avanzare dell’età. La pelle come archivio del dolore; l’atrofia della memoria e l’irrigidimento biologico della carne. L’artista declina questa riflessione non attraverso la pura narrazione elegiaca, ma per mezzo di una prassi pittorica che fa del «disfacimento» la cifra stilistica di una meditazione filosofica profonda.
La mostra «Omnia fert aetas» a Palazzo Garibaldi non concede spazio a facili consolazioni storicistiche o mistiche.
Lorenzo Locatelli, nato in una famiglia di artisti del calibro di Antonio Donghi, dopo una carriera di docente di Discipline Pittoriche al Liceo Artistico e di restauratore, espone il corpo e la mente dell’uomo al tribunale del tempo. Attraverso un percorso che stringe in un unico nodo l’antico rigore disegnativo e la moderna violenza informale della materia lacerata, l’artista ci restituisce un’onesta e impietosa indagine sulla fragilità umana. Le sue opere diventano specchi catartici nei quali la perdita, la malattia e l’oblio non sono semplicemente subiti, ma elevati a solenne e tragica poesia visiva.
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