The Abstract Cabinet

a cura di Friederike Nymphius  dal 29/06/2019 al 14/09/2019

Galleria Eduardo Secci Contemporary Piazza Carlo Goldoni, 2 Firenze (FI)


The Abstract Cabinet L’esposizione presenterà i lavori realizzati da un gruppo di artisti internazionali con diversi background sia artistici sia culturali. Pur lavorando con più media diversi, condividono un interesse per i principi astratti, interpretati e impiegati individualmente da ciascun artista. La caratteristica del concept è accentuata dall’apparente riduzione dell’aspetto formale delle opere, dall’uso di pochi colori, come il nero, il bianco, il grigio e l’argento, in contrasto con tonalità come rosa acceso e blu. Gli artisti accostano un vocabolario astratto a una forte coscienza verso la presenza, enfatizzando così le specifiche estetiche della mostra.
Come per le sue altre sculture, i Totem di Aldo Chaparro (Lima, 1965, vive e lavora tra Città del Messico, New York e Lima) non tentano di generare un’illusione della realtà. Ha abbandonato la prospettiva realistica, lavorando con relazioni artificiali dello spazio che ci fanno riflettere non nella realtà, ma nella sua essenza. Questo ci permette di accedere agli spazi vuoti e al momento della creazione, in cui conosciamo noi stessi fino a costruirci. Caro Jost (Monaco di Baviera, 1965, vive e lavora tra Monaco di Baviera e New York) basa la sua ricerca sulla riproduzione e la documentazione del tempo, dello spazio e degli eventi, ponendoli in un contesto attuale e contemporaneo. Ha iniziato Streetprints a New York, un progetto a lungo termine, usando una tecnica speciale che ha sviluppato per catturare tracce del passato. Jost, infatti, traspone su tela le stampe reali di superfici di strade e marciapiedi; un’operazione ripetuta in oltre 80 città nel mondo, sostenendo che “le strade e i marciapiedi sono il riflesso più puro del nostro modo di vivere”.
Beth Letain (California, 1976, vive e lavora a Berlino) realizza quadri in scala monumentale, che rivelano una natura risoluta e assurdamente onesta: strisce, quadrati, pile e lastre dai colori vivacissimi, sospese su basi bianche incredibilmente leggere. Si tratta di forme quotidiane e dinamiche, facilmente denominate ma ostinatamente resistenti a essere descritte. Nella loro semplicità, con le loro modeste variazioni di tema, queste opere fanno da specchio al passato modernista della pittura. Gerold Miller (Altshausen, 1961, vive e lavora a Berlino), da sempre persegue una strategia radicale ed elegante tramite la quale esce dall’immagine senza effettivamente abbandonarla. Le Monoforms sono il traguardo più lontano raggiunto in questa direzione, poiché estremizzano il formato tradizionale della ‘foto’. Il processo di raggiungimento dell’immagine deve essere compiuto dallo spettatore. Rilevando la parete come base definitiva e sfruttando i colori e le forme come gli unici mezzi, Miller revoca i confini della pittura astratta e della scultura minimale e spinge queste categorie verso il regno del concettuale.
Michael Staniak (1982, Melbourne, dove vive e lavora) crea dipinti principalmente realizzati a mano –costruisce le sue trame grazie a strati di intonaco irregolari, per poi dipingere la superficie in più maniere– che recano una sorprendente somiglianza alle stampe digitali in 2D. In effetti, solo avvicinandosi alle sue opere riusciamo a percepire la presenza di trame e di profondità che, in quanto tali, si comportano come dei trompe l’oeil contemporanei che ingannano i sensi.
I lavori di Katja Strunz (1970, Ottweiler, vive e lavora a Berlino) presentano le tracce di esperienze vissute, di un passato che si manifesta attraverso l’uso di materiali riciclati. La sua pratica scultoria, densa di storia, trova le sue radici nei costruttivisti e negli avanguardisti. Seppur eleganti nella loro costruzione, le sculture mantengono un aspetto artigianale, rivelando il loro invecchiamento nel tempo.
Le influenze di Blair Thurman (1961, New Orleans, vive e lavora a New York), vanno dalla pop art e il minimalismo ai ricordi dalla sua adolescenza, musica pop e cinema anni ’70. I suoi modelli standardizzati, estrapolati da piste elettriche per automobili, strutture architettoniche e forme ritrovate nella vita quotidiana, costituiscono un’iconografia personale; il fascino dell’adolescenza lavora per rendere più idiosincratico e accessibile il regno subliminale delle geometrie astratte. Per Thomas Wachholz (1984, Colonia, dove vive e lavora) la stampante industriale è il medium artistico più naturale: da sempre esperimenta con le sue capacità tecniche, testandone i limiti in termini di fattibilità. La composizione dell’immagine, che normalmente segna l’irremovibile inizio del design grafico, è traslata al termine del processo e, qui, reclama un nuovo posizionamento in tale disciplina. L’indagine svolta da Wachholz, ai limiti della pittura, genera un’arte fatta di opposti: produzione a macchina contro manuale, pienezza contro vacuità, colore contro incolore.



Con l'Arte, per l'Arte

Cosa vedere oggi

Sostieni ArteRaku.it


Lavoriamo condividendo passione e cultura organizzando mostre, workshop e lezioni gratuite perchè crediamo che solo la cultura renda relamente liberi.
Collabora partecipando alle nostre mostre, aiutandoci attivamente all'organizzazione delle stesse o sostetendoci con un piccolo contributo.

Mailing list

Per ricevere aggiornamenti e news su corsi, mostre, eventi e workshop relativi a ArteRaku.it iscriviti alla mailing list